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27.12.08

DISCHI DELL'ANNO - 2008

Nessuna pretesa di usare parametri qualitativi, nessuna pretesa critica: questi sono i dischi che mi hanno accompagnato quest’anno, quelli che sono durati, che tornano ancora. In ordine di gradimento (quasi scientifico, molto sudato e meditato) e, su suggerimento di Tallarita, partendo dal basso (con scazzo sempre più diradato). Viva il Canada.

Dopo attenta valutazione e molte esclusioni:

50) BEAUTIFUL FUTURE - Primal Scream
Non esaltante, ma in un anno che ha visto (quasi) tutte le punte di diamante dei 90 uscire con un album (Tricky, Beck, Portishead etc), l’omaggio a una band, che nel decennio in questione ha detto cose importanti assai, era dovuto.

49) WOMEN– Women
Un po' di sano noisy, che da un po' non ne sentiva così rinfrescante. Viva il Canada.

48) IN EAR PARK - Department of Eagles
Tra i dischi indie più interessanti dell'anno, ma ingiustamente pco conosciuto. Around the bay è un pezzone.

47) FATE - Dr. Dog
Accolto con molto clamore, l'album dei Dr Dog è una bella miscellanea anni 60 che va oltre i suoi riferimenti, rielaborandoli con grande originalità.

46) THE GOLDEN AGE – American Music Club
Un sano vecchio album FM, di quelli americani insopportabili.

45) SANTOGOLD – Santogold
Ah la vocciaccia c'è, la produzione simil M.I.A. pure.

44) STREET HORRRSING – Fuck Buttons
Leggermente sovrastimato, ma i due alla console sanno il fatto loro.

43) SEXUALITY – Sebastien Tellier
Lui è pazzo, ma sa esattamente cosa vuole. Dopo le sessioni melassose, tutte piano e sospiri, tipo Gainsbourg senza pisello, si fa produrre l'album da una metà dei Daft Punk, e stavolta dà di genitali riproponendosi egualmente improbabile, strippato, fuori dai tempi. In una parola sublime.

42) PLANEANDO EN TU AZOTEA – Serpentina
Sfidate il pregiudizio e fatevi odiare, mettete questo disco in una serata tra amici. Provocateli. Delizia retro, anni 60 a palla.

41) HEY MA – James
E' proprio un album dei James. Non so se avete presente (noi si è sempre amato molto le cavalcate dei James).

40) THE WESTERN LANDS – Gravenhurst
Una delle poche proposte acustiche della Warp, fanno grosso modo sempre lo stesso album. Abbiamo bisogno di certezze, in questo caos.

39) VANTAGE POINT -dEUS
Non si sa perché, ma il precedente non era piaciuto (ma io che me ne sbatto di quel che è stato e bado al sodo presente, avevo molto apprezzato). Questo è decisamente meno bello, ma siccome è più compatto allora tutti me lo trattano meglio. Vabbè, sono i dEUS, mica robetta.

38) DIARY OF AN AFRO WARRIOR – Benga
Che non si dica che ascolto solo il pop e che certe cose le ho abbandonate. Io continuo ad apprezzare i DJ che sanno quello che vogliono dalla loro vita senza ammorbare la mia.

37) FLEET FOXES - Fleet foxes
Leggerete dappertutto che è l'album dell'anno. Non per il sottoscritto che respinge d’istinto questa roba corale, da handclapping automatico, che proprio lo sfianca e che è un po’ di moda (l’anno scorso c’erano i Panda Bear…). Vuole essere musica calda e coinvolgente e invece suona tremendamente raggelata. Salvo poi che questo è un bel disco, indubbiamente lo è, e lo si rispetta. E poi ha uno dei pezzi dell'anno.

36) SLOPE – Steve Jansen
Fratello di David Sylvian, batterista dei Japan, Jansen non aveva mai fatto niente da solista: progetti paralleli un bel po’, ma sempre in ottima compagnia, ma solo soletto non si era mai avventurato. Quando uno ci ha la classe ci ha la classe. Slope è un signor album: raffinato senza leziosaggini, freddo quanto basta, con cupezze tutte in tono e suoni tra i più belli dell’annata.

35) NOUNS -No Age
Non spaventi l'hardcoralità dell'impianto, quasi grunge, punkettaro a tratti: sotto vi scorre la melodia. Gran disco questo qua.

34) HOW WE LOST – Windsor for Derby
Perché è sempre bene ricordare che noi il dark lo si amava sul serio, anche se questo è post. Insomma meglio ancora, come testimonianza, commemorazione a qualcosa che fu bello e che bello suona sempre.

33) RITUAL – Jape
Avete presente quegli album di elettronica divertenti, pieni di potenziali hit stile Tiga? Ecco, quest'anno si intitola Ritual e lui si chiama Jape. Solo che c'è anche dell'acustica. E comunque in esso il pop domina perché questo è l'anno smodatamente pop del sottoscritto. Furbetto, il disco lo metto e lo rimetto.

32) COME TO MY HOUSE – No Kids
Piace la strana mistura di generi, una vocalità che fa quasi Man Tran. Piace questo album lezioso e colpevole. Piace il pop quest'anno, ribadisco, non c'è modo di fuggire. Viva il Canada.

31) SLEEP WELL – Electric President
L'album di debutto colpiva di più, ma questo nuovo saggio di deviante folktronica è più meditativo e meno piacione. Quindi è ok per me.

30) I KNOW YOU'RE MARRIED BUT... - Martha Wainwright
Diciamo il folk, di base. Ma gli innesti sono tanti e su questi lavora una voce potente che sa richiamare la Bush come Stevie Nicks (che è ancora tra le mie voci femminili preferite in assoluto). Il repertorio vale, lo stile c’è.

29) @#%&*! SMILERS – Aimee Mann
Condannata a essere “quella della canzone di Magnolia”, la Mann fa anche altro. Ascoltare per credere (album che ha invaso oltremisura circostanze di ogni tipo).

28) SATURDAYS=YOUTH – M83
Dietro l'orgia dei synth, dietro gli eterei fraseggi di questa musica rarefatta e sognante c'è sempre lui, il caro vecchio pop.

27) CONSOLORS OF THE LONELY – The Racounteurs
Il neoclassicismo al suo fulgore, forse fin troppo consapevole di sé, ma solo a voler cercare il pelo nell’uovo, per il resto mi diverte molto questo mescolare Led Zeppelin persino ai Queen, senza pudore. Vi ho già detto che Jack White è un golden boy?

26) CELEBRATION – Thomas Function
Ma qui c’è del punk, c’è dell’emozione, c’è movimento, c’è un magazzino pieno di cose. E Sherman’s march è proprio Road to nowhere dei Talking Heads riveduta e corretta. Oh ma sono proprio contento, guarda.

25) 22 DREAMS – Paul Weller
Paul Weller è lì, inamovibile, fa i suoi bellissimi dischi, non deve dimostrare niente a nessuno. Tutto il brit-pop di oggi, ieri e l’altro ieri gli deve qualcosa e lo sa. Lui fa spallucce: è molto, molto più in là.

24) THE HUNGRY SAW – Tindersticks
Ne sentivo la mancanza, perché i Tindersticks non hanno solo segnato i 90 ma anche un periodo preciso della mia vita. Ritrovarli ispirati, con un album finalmente tutto bello, è piacere impiacentito. E la voce di Stuart Staples è sempre la fottuta voce di Stuart Staples.

23) TAKES – Adem
Le cover sono una cosa seria, fatta male nel 90% dei casi. Adem no, Adem la fa proprio bene

22) VIVA LA VIDA... – Coldplay
I Coldplay, spaesati dal successo ma anche dai malumori critici per la loro penultima opera, bussano alla porta di Eno e il Mago salva anche loro: Viva la Vida... è un disco pienamente riuscito, quello maturo della band, in cui si macinano canzoni proprio proprio belle (la schizofrenica 42, l'ariosa Viva la vida, la settantissima Violet hill che è stato un singolo quasi azzardato) alle quali Eno regala quel suo suono inconfondibile che ha marchiato a fuoco le produzioni di U2 e James senza stravolgere l’essenza delle band. Chris Martin e soci rischiano, disfacendosi di ogni soluzione ovvia, ma vincono cacciando fuori il meglio di un talento del quale si cominciava a dubitare. Viva la vida fa sfracelli (premi a pioggia per quello che, pare, sia l’album più venduto dell’anno), Eno apre un altro conticino in banca.

21) ALOPECIA – Why?
Yoni Wolf capitolo secondo. L'hip hop si ibrida con qualunque roba. E c'è dolore. E c'è pathos. E c'è un gran disco. Che ha i suoi perché, ça va sans dire.

20) FALLING OFF THE LAVENDER BRIDGE - Lightspeed Champion
La tristezza disillusa del pop. All that shit, Galaxy to lost, Let the bitches die: il brutto anatroccolo canta la sconfitta amorosa come nessun altro.

19)LIGHTBULBS – Fujiya & Miyagi
- Ma è uguale al precedente!
- Sì sì, bello uguale.

18) PARC AVENUE – Plants & Animals
La gioia della canzone e della melodia : pezzi pieni di luce, cori che riempiono di fiori l’aria (Bye Bye Bye), canzoni trine (Feary dance), suggestioni 60. Amato, moltissimo. Viva il Canada.

17) I'LL BE LIGHTNING – Liam Finn
Al suo esordio Liam Finn, neozelandese, mette sul piatto un disco denso di aromi. La ballad conficcata nel cuore, ma mediata da tante suggestioni. Se la base ritmica campionata di Second chance fa tanto Manu Chao (quello più intimo e struggente), Lead balloon viaggia su binari chiaramente beckiani, Energy spent è puro Elliott Smith, che ricorre spesso nelle pieghe di questo disco, siano esse quelle intime di Fire in your belly e di Wide awake on the voyage (è quasi lui, impressionante) o quelle rabbiose di This place is killing me. Numi tutelari i Baronetti (I'll be lighting riecheggia Lennon- McCartney, Remember when va in quota Harrison). Album intenso, senza una sbavatura che sia una, in cui ogni pezzo dice la sua (Wise man si spalanca in un coro d'oro zecchino, mentre le chitarre si intrecciano; Shadow of your man è la canzone d'amore comme il faut: you don't notice me/ but I know you will/ I'm the shadow of your man) e con una title track che ci schianta e che è tra le cose più belle di questo 2008 in musica.

16) MISSILES – The Dears
The Dears sono rimasti in due e per molti la scatola magica si è rotta. Troppo concettoso questo album, troppo volutamente di rottura rispetto ai precedenti, troppo cupo, troppo presuntuoso con quei pezzi lunghi lunghi e il retrogusto palesemente radiohead-ico (Lights off, un crescento di doloro, come direbbero gli Squallor, è la loro Paranoid android, con tanto di intermezzo depressive stile rain down-come on rain down on me, Missiles la loro Exit music). Al di là delle chiacchiere e della dietrologia, un album veramente fico. Viva il Canada.

15) THIRD – Portishead
I Portishead si ripresentano dopo un silenzio decennale e le stellette critiche si accendono a milioni; nessuna tentazione trip-hop (loro che davvero sanno cos’è –stato -): languore algido, dura-elettronica-dura che si srotola come tappeto di ghiaccio sul quale raschia la voce di Beth Gibbons. Massimo rispetto.

14) DEAR SCIENCE – Tv on the radio
Il miglior disco del gruppo, il primo che si fa apprezzare dalla prima all’ultima traccia, senza un attimo di calo. Miscellanea di stili, tanti che se ne perde il conto (e la prima bellissima traccia –la migliore - ha un ritornello che ne fa quasi la loro Airbag – col dubbio di un sample -).

13) AT MOUNT ZOOMER – Wolf Parade
Il cantato di questo album è impressionante. Più delle sperimentazioni attuate dal gruppo, la cura dei suoni, la garbata elettronica, le belle fughe prog, più di tutto questo il cantato è stratosferico. Viva il Canada.

12) FEEL GOOD GHOSTS (TEAPARTING THROUGH THE TORNADOES) – Cloud Cult
I Cloud Cult rimangono prolifici, ma siamo molto lontani dal fargliene un colpa se i risultati sono pari a questo (mediamente maltrattato) album che incrocia ancora una volta minimalismo e elettronica, vocalizzi angelici e pop trascinante: difficile scegliere tra gli sparsi glassismi o quei meravigliosi incipit alla Mertens (When water come to life o Journey of the feathless) in cui i CC sembrano essersi specializzati. Però il reiterato ossessivo di The will of a volcano ci ha accompagnato tutto l’anno: la palma è sua.

11) KNOWLE BEST BOY – Tricky
Che bello, è tornato Tricky.

10) ORACULAR SPECTACOLAR – MGMT
Gli MGMT sono un duo di gran moda. E dannatamente bravo. A ben guardare alla base ci sono i soliti ingredienti di tanto pop-rock di successo (tanto tanto glam, che non è mai morto, una punta di disco, più 70 che 80) ma, e qui sta la differenza, questi ragazzetti (The youth is starting to change,/ are you starting to change? are you/ together?) non solo hanno ascoltato i dischi giusti, ma li hanno introiettati a dovere e riformulati con un piglio e una maturità sorprendenti (ecco la differenza con gli !!!, che ci fanno solo capire che dischi hanno messo nel lettore nel mese che ha preceduto la registrazione). Si ascoltino le prime 4-5 tracce miracolose di questo disco: non solo un prodotto che funziona, molto di più... Dal maestoso singolo Time to pretend, avvolgente psichedelia, melodia assassina, canto da angelo perverso, a Weekend wars la cui strofa pare la versione allucinogena di Hotel California ma cantata da Mick Jagger, mentre il ritornello sconfina in pieno Roxy Music (ecco, credo di aver reso l'idea). Ma tutti i brani di questo album sono incredibilmente leggeri e solidi, vivaci e discretamente tragici (lo spleen giovanile come posa probabile, testi studiatamente generazionali: The models will have children, we’ll get a divorce/ We’ll find some more models, everything must run it’s course./We’ll choke on our vomit and that will be the end/We were fated to pretend), colorati, ma con l'evanescenza giusta. Anche i due bellissimi video di Ray Tintori confermano che si ha che fare con roba da primi della classe, giovani promesse già mantenute che sanno quel che fanno e che non sbagliano niente: musica incredibilmente colta, ma senza un'ombra di spocchia. Viva loro.
Gggiovane

9) SEEING SOUNDS - N*E*R*D*
Pharrel Williams spacca. E va ben oltre Fly or die. Regala in giro spiccioli del suo talento (Madonna che lo insegue e alla fine lo acchiappa), ma quando pensa per sé fa le cose in grande. E Seeing sounds è un distillato delle sue capacità. Che fanno paura.
Brioso

8) VAMPIRE WEEKEND – Vampire Weekend
Debutto dell’anno. Un album indie scanzonato che in controluce rivela un tessuto di trama tutt’altro che elementare: trovare i riferimenti è facile (l’album africano di Paul Simon, Graceland – e quindi Ladysmith Black Mombazo etc etc, Cape Cod Kwassa Kwassa è spudorata in questo-, ma non è solo africanismi, ci sono anche gli XTC punkettari degli esordi, certa solarità di Sondre Lorche, la pulizia dei primi Talking Heads - quelli di 77, si ascolti quell’assolo in Oxford Comma o lo scorcio mandolineggiante di Walcott -, gli Unicorns e tante altre cose) ma non risolve la questione perché soprattutto ci sono loro, bizzarri e lucidi, devianti e quadrati, che non si pongono limiti di nessun tipo (poliritmiche, richiami reggae, cori&coretti, archi e spinette da nobile, svenevole brit pop), che fanno un album breve e pieno di perle che è un piacere sgranare. Ci aspettiamo grandi cose dal quartetto dopo un debutto di così limpida, incontestabile qualità.
Fresco

7) SKELETAL LAMPING – Of Montreal
Come superare il trauma del successo di Hissing fauna? Semplice, basta non provare a bissarlo. Gli infaticabili Of Montreal dunque fanno altro e mettono da parte le strampalatezze del primo Eno (qui solo sprazzi), cambiano i riferimenti, mettono il naso nei 90 (And I’ve seen a bloody shadow suona smaccatamente Primal Scream, Wicked wisdom sembra una ghost track di Midnight vultures di Beck), nel brit-pop addirittura, lasciando al glam solo un atteggiamento (George Fruit, alter ego del leader Kevin Barnes, protagonista del disco, è un trans), ma soprattutto scombinano i giochi, frullano tutto e fanno di ciascun brano un potenziale minialbum compresso, con il suo bel mix di citazioni, applicazioni, fratture sonore (sempre sottolineando con chi si ha a che fare: i Beatles, spesso e volentieri): ecco allora Death is not a parallel move che, dopo un inizio chimico si trasforma in un deliquio acustico che dice McCartney (Blackbird), Nonparel of Favor con un inserto che ha il pigro incedere lennoniano (mentre la lunga coda finale farebbe la gioia di un Robert Fripp della più bell’acqua), Touched something è la loro A day in the life, Gallery piece che ha derive disco-psychedelic-princiane (mentre St. Exquisite... non è neanche una citazione di Prince: è direttamente un suo potenziale inedito) e avanti così, a rotta di collo, in un universo di riferimenti dove è facile trovare un sentiero quanto perderlo. Mastodontico, labirintico, difficile, campo di sperimentazioni al servizio di una psiche in cerca di se stessa (l’impero della mente del geniale Barnes, sempre più tormentato di un tormento cui riesce a dare tutti i colori dell’arcobaleno), puzzle di cose (anche in questo ci sono gli scarafaggi) che lascia basiti per coraggio, determinazione, spregio del pubblico dopo gli incensi bruciati a tonnellate per il precedente.
Sprezzante

6) HURRICANE – Grace Jones
This is my voice/ my weapon of choice. Inizia così l’uragano della Jones, un’affermazione stentorea che dice “sono ancora qui” e marchia un ritorno alla discografia dopo quasi vent’anni di silenzio. Passano i lustri, ma la pantera dimostra di sapere ancora costruire il suo mosaico luccicante e di saperlo fare alla grande. Incide dunque un album anni 90 (lei che in quel decennio si defilò), chiamando a corte, tra gli altri, Massive Attack (Corporate cannibal), Tricky (Hurricane), Eno, Sly & Robbie, Ivor Guest, tutti pronti a servire la regina; sforna un disco dei suoi, quelli che spaccano, rendendoci consci, a ogni traccia, di cosa ci è mancato, di quale vuoto quella voce ha lasciato in noi in questo lungo lasso di tempo. Che classe, che eleganza.
Chic

5) MODERN GUILT – Beck
Beck è stata una figura talmente decisiva negli anni 90 da non riuscire più a sfuggire allo stillicidio critico di cui alcuni irriducibili lo fanno bersaglio costante e che è causa di un clamoroso, quanto oramai ignorato, fraintendimento (re)censorio. Guero (un album che resta - poche storie -, più del rispettato The information) è la vittima più celebre di questo atteggiamento. Lo segue a ruota, oggi, questo bellissimo Modern guilt dove Beck sfodera una serie compatta di materiale folk, rock e psichedelia 60 quasi ortodossa, con pochissimi svolazzi, secca, ispirata, senza un attimo di calo. L’apertura d’archi nel finale di Volcano, la gemma più lucente dello scrigno, poi, è da lacrime agli occhi. Avercene dischi così, altro che balle.
Serio

4) LIE DOWN IN THE LIGHT – Bonnie Prince Billy
La prolificità non nuoce alla vena di Will Oldham, anzi. Lie down in the light è, a mio parere, l’album più riuscito del grande cantautore (ops!) dai tempi di I see a darkness. Canzoni di limpida bellezza: ti accarezzano, ti vogliono bene, se ne fanno volere.
Puro

3) EVERYTHING THAT HAPPENS WILL HAPPEN TODAY - Byrne & Eno
Quasi a prevenire gli ingenui (nel migliore dei casi) che di fronte all’accoppiata già sognavano un nuovo My life in the bush of ghosts, Byrne & Eno (non Eno & Byrne, e questo già doveva valere come indizio) hanno specificato subito cosa era questo disco: trentuno anni che il decano dei non-musicisti ha abbandonato la forma canzone (salvo sporadici ritorni – certe tracce di Nerve net, l'album con Cale, alcuni momenti del progetto Passengers); nel 2005 la pubblicazione del mirabile Another day on earth che segnava la volontà di svuotare i cassetti di songs composte in momenti diversi e mai pubblicate; Eno che lamenta la difficoltà a rinnovare lo schema, la fatica di scrivere testi, l'abuso di una formula che gli pareva sempre più banale. L'incontro con Byrne, dopo 26 anni, per la riedizione del Capolavoro da cui nessun disco oggi può dire di prescindere, riavvicina anche artisticamente i due. Eno confessa a Byrne di avere ancora tante basi destinate a delle canzoni che non ha nessuna voglia di cantare (peccato, amiamo la sua voce), Byrne vuol sentirle. Il disco è il frutto letterale di questi avvenimenti: musiche chiaramente eniane (nella forma, nella sostanza e, soprattutto, nel suono), riconoscibilmente risalenti nel tempo (l’orecchio in molti casi ci indica precisamente l’epoca), cantate da Byrne secondo il suo personale verbo (è da leggersi come metafora il testo di Strange overtones in cui la voce narrante ascolta attraverso il muro le canzoni che canticchia il suo vicino di casa? Penso proprio di sì, versi come: This groove is out of fashion / These beats are 20 years old oppure Your song still needs a chorus/ I know you'll figure it out /The rising of the verses /A change of key will let you out-non sembrano certo casuali). Ed è pop, è folk, è gospel-elettronico, come lo definiscono loro (la soluzione accorata più che corale), è canzone di magnifica fattura. Confrontare questi brani con il passato cercando in essi quello che non c’è porta a recensioni (quelle italiane, per lo più) fuorvianti. Prendere quello che l’album offre (tantissimo) e ascoltarlo è quello che si fa altrove, invece, dove il disco, in cui miracolosamente è possibile capire dove inizia e dove finisce il lavoro dell’uno o dell’altro (perfettamente delineati, ma incredibilmente fusi) è celebrato come l’evento che di fatto è. Non c'è dubbio che pezzi come Wanted for life, I feel my stuff o Poor boy (veramente bushofghostiana) sono quanto di meglio Byrne abbia cantato negli ultimi 15 anni, almeno. Non c’è dubbio che il disco trabocchi di gioia luminosa.Non c’è dubbio che i testi di Byrne, che mischiano Dave Eggers, il ciclone Katrina e le sghembe visioni del mondo cui il Nostro ci ha abituato, abbiano raggiunto oramai una radicalità espressiva che rasenta la perfezione. Non c’è dubbio che la finale The lighthouse, con le sue trasparenze ambient, sia la Spider and I degli anni 2000. Non c’è dubbio che questi geniacci, a cui si dice ancora una volta grazie, li ameremo sempre.
Familiare

2) ARM'S WAY – The Islands
Lo attendevamo da tempo un disco così: ipercalorica, insana, lussureggiante opera rock che si fa imparare a memoria dalla prima all’ultima nota. Gli Islands, nati unicorni, persi pezzi per strada dopo il bellissimo Return to the sea, ricominciano da capo e spiazzano. Nell’orgia ottantesca che regna fanno un principesco disco seventy (con omaggio letterale agli Who – A quick one nel finale di In the rushes -) con una punta di disco music (il singolo Creeper, quasi un oggetto a parte), Un disco esaltante che vivi per intero, come quelli di una volta, graffiati (e tu sapevi dove). Amato, consumato, cantato.
Viva il Canada.
Generoso

1) THE SELDOM SEEN KID – Elbow
Diciamolo: gli adorati Elbow hanno un successo decisamente inferiore al loro valore; in questi anni tre splendori di dischi e un apprezzamento che va poco al di là del culto. Eppure i signori niente hanno da invidiare ai gruppi di pop britannico più blasonati e di maggior successo (forse perché il loro è pop solo di nome, avendo dentro molto di più), anzi, li surclassano alla grande. The seldom seen kid è l’ulteriore prova del loro immenso potenziale e, ad oggi, il loro capolavoro: tessiture complesse, suoni cesellati, note preziosissime che osano in ogni campo - lirismi struggenti (The loneliness of a tower crane driver – pelle d’oca -), dondolare sospesi (Weather to fly), poderose scariche rockeggianti (Grounds for divorce) - che vagano in zone d’ombra che frusciano d’inquietudine e che si squarciano improvvisamente su lucenti distese orchestrali (One day like this ha il respiro di un classico). E la voce di Guy Garvey che proietta queste canzoni meravigliose fuori dal tempo.
Regale

Curiosità: primo dei non non eletti
MADE IN THE DARK – Hot Chip

Possibile hit parade 2008
1) Time to pretend – MGMT
2) White winter hymnal - Fleet foxes
3) One day like this - Elbow
4) Wanted for life – Byrne & Eno
5) California dreamer - Wolf Parade
6) You Remind Me Of Something (The Glory Goes) - Bonnie Prince Billy
7) Volcano - Beck
8) This is - Grace Jones
9) I’ll be lighting - Liam Finn
10) Carolina drama - The Racounteurs

Ne faccio a meno:
DEATHCONSCIOUSNESS - Have a Nice Life
HERCULES AND THE LOVE AFFAIR - Hercules and the love affair
CARRIED TO DUST – Calexico
RADIORETIALIATION – Thievery Corporation
MOMOFUKU - Elvis Costello
ALIGHT OF NIGHT - Crystal Stilts
WOMEN & LOVERS – Xiu Xiu
EASY COME, EASY GO - Marianne Faithfull
SUPREME BALLOON – Matmos
PASSING STRANGER – Scott Matthews
THE DEVIL, YOU + ME – Notwist

Gli altri:
Pitchfork - i primi 50 album
Pitchfork - 100 tracks
Metacritic
Rate your music_ 1000 dischi per il 2008

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