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14.10.08

Fear and Loathing at Lincoln Center: uno Spietato al New York Film Festival / 4


(SENZA note a piè di pagina!)



Riassunto delle puntate precedenti. Dopo lo splendido Desplechin, vado a vedere il Che di Soderbergh, film lunghissimo, ideologicamente confuso e professionale di cui ci si chiede ancora il perché. Nel frattempo, scopro le misteriose analogie tra il comunista rivoluzionario Che Guevara e il sindaco repubblicano di New York Mike Bloomberg.



Quarta Puntata. In cui si parla di Mickey Rourke, di smettere di fumare, di wrestling, di Aronofsky, di timidezza, di corpo, di salvezza, di Giovanni Lindo Ferretti, di lap dance, di raggi gamma.



Il ritorno del Corpo Vivente


L'arrivo di Mickey Rourke in conferenza stampa - capelli a caschetto, occhiali scuri, fisicità extrasensoriale, espressione impastata dai postumi indelebili di una sbronza eterna - spazza via immediatamente qualunque dubbio residuo uno potesse avere sul fatto che le mille tiritere e le tante profezie digital-virtuali sul tramonto del corpo nel cinema postmoderno sono irrimediabilmente passé. Out-of-date. Roba dello scorso decennio. I non-morti gommosi di Zemeckis (il cruciale La morte ti fa bella, A.D. 1992) dopo aver cercato la salvezza extra-corporea nei non-cartoni di Tarantino (Pulp Fiction, A.D. 1994), nella non-realtà di Weir (The Truman Show, A.D. 1998) e nella smerigliatura e pulizia scarnificatrice dei Wachowsky Bros. (Matrix, A.D. 1999), sono venuti a pagare il loro debito karmico al cospetto del corpo faticoso e potente di Mr. Rourke. Amen. Brindo a questa formidabile resa dei conti buttando giù l'ultimo sorso freddo del mio Latte acquistato a un negozio della catena Le Pain Quotidien e dimenticato per tutto il film in fondo al bicchierone cartonato. Mi verrebbe voglia di accendermi una sigaretta in sala, quasi fosse il segno segreto di riconoscimento tra gli adepti della Vecchia Carne, malandati anti-salutisti sopravvissuti in clandestinità ai traslucidi anni novanta. Ma, ahimè, con impeto incorreggibilmente retro sto riprovando a smettere. E, in questo preciso momento in cui scrivo, fanno 44 giorni che non fumo. Secondo gli esperti, annunciare che stai cercando di smettere rafforzerebbe l'impegno dello smettente e aumenterebbe le probabilità di successo. Secondo il National Cancer Institute, in particolare, per riuscire a smettere il supporto degli altri è essenziale. Questi i consigli:

a) Di' ai tuoi amici e ai tuoi familiari che stai progettando di smettere di fumare. Di' loro come possono aiutarti. Ad alcune persone fa piacere sentirsi chiedere dagli altri come sta andando. Altri lo trovano strano. Di' alle persone a cui tieni esattamente come possono aiutarti.

b) Chiedi a ciascuno di comprendere i tuoi sbalzi d'umore. Ricorda loro che non durerà a lungo (il peggio sarà passato entro due settimane). Di' loro questo: "Più a lungo sto senza sigarette, prima tornerò ad essere il mio vecchio me".

c) Qualcuno vicino a te fuma? Chiedigli(/le) di smettere anche a lui/lei o di non fumarti intorno.

d) Fai uso dell'aiuto degli altri. Puoi provare a parlare con altri individualmente o in un gruppo di supporto. Puoi anche ottenere supporto telefonico. Puoi persino provare la nostra chat su Internet. Questo tipo di supporto aiuta i fumatori a smettere. Più supporto ottieni, meglio è. Ma anche solo un po' aiuta.

Tutti gli esperti anti-fumo, però, insistono in particolare su una cosa: capire le ragioni del perché hai cominciato a fumare. Qualche tempo fa un amico che aveva appena ricominciato a smettere di fumare, mi dice che per lui è stato importante confessare a se stesso e riconoscere il perché si era dato alle sigarette. Perché mai? Per farsi accettare dagli altri, ecco perché. Non è una banalità detta dall'esperto di Porta a Porta, dice S., ma ci ha pensato su ed è davvero così e riconoscerlo a se stesso, dopo tutti questi anni, lo ha aiutato a smettere. Scettico, gli faccio di sì con la testa.

Ora, io durante l'adolescenza facevo finta di fumare qualche sigaretta per dare alla mia forma fisica quella stessa aria maledetta che una finta dedizione a Arthur Rimbaud e ai suoi scritti in prosa e in versi dava alla mia forma mentale. Tuttavia, non amavo così tanto il fumo di sigaretta, così come non amavo così tanto - è giunta l'ora di confessarlo - le poesie di Rimbaud. E difatti né le sigarette né il tomo azzurrognolo Feltrinelli delle Opere Complete di Arthur Rimbaud risultano presenti nel mio primo disordinato stanzino degli anni dell'università. Sono diventato un fumatore vero (fumatori veri ed ex-fumatori definiscono solitamente un fumatore vero come colui che acquista le sigarette che fuma) intorno ai 22 anni. Ricordo pure di essermici messo d'impegno. Un bel giorno decisi di diventare un fumatore. Cominciai a buttar giù fumo, a cacciarlo in fondo ai polmoni per consentire al mio corpo relativamente poco affumicato di abituarsi rapidamente. Nicotina, benzopirene, acroleina, crotonaldeide, idrocarburi polinucleari aromatici, nitrosamine. Piombo-210. Polonio-210. Le velocità della combustione regolata da microcristalli di cellulosa applicati alla carta. Il piombo-210 emana Raggi Gamma. Forse avrei bisogno di un gruppo di supporto.

Il tasso di fumatori maschi negli Stati Uniti è più del 20% inferiore a quello europeo. La crociata antifumo nelle sofisticate, progressiste e cosmopolite città delle due coste USA produce i suoi effetti. La sigaretta è segno di depravazione, cattivo gusto, lavoro manuale nel settore edilizio, minorità etnica o culturale. Una quantità impercettibile di giovani bianchi adulti educati si aggira per le vie di Manhattan con una sigaretta tra le dita. Probabilmente nessuno dei Critici Intellettuali Accreditati che mi accerchiano sta pensando alla nicotina in questo preciso istante. Scivolo di qualche centimetro sulla mia comoda poltrona e mi guardo intorno spaventato. Quando Mickey Rourke - mentre un Critico Intellettuale Accreditato trascina il suo corpo pallido e flaccido lungo un corridoio del Walter Reade Theater per fare qualche domanda sulla preparazione atletica di Mr. Rourke o sulla scelta del soggetto o sul mondo del wrestling - quando Mickey Rourke in quel momento si accende un sigarillo, io ho un'illuminazione. Rourke tende i muscoli della faccia in una smorfia di resistenza. Muove lievemente il collo. Aspira una boccata. Vedo i raggi gamma emanare dal suo sigarillo. Poi dalla mano. Poi tutt'intorno al suo viso gonfio. Stendo le gambe. Voglio che Rourke mi salvi. Lui può toccarmi il cuore con la sua mano magnetica e guarirmi da ogni cosa. Lo so per certo. Credi nell'acroleina? Credo. Credi nelle nitrosamine? Credo. Credi nell'assimilazione accelerata della nicotina sulla superficie polmonare? Credo. Decido che devo raggiungere Mickey Rourke e farmi salvare.


Intermezzo n.1: Considerazioni soggettive del tutto scorrelate sulla qualità di taluni recenti prodotti dell'industria culturale (alti, bassi o quel che capita)

1. La terza stagione di Dexter sembra significativamente moscetta. Questa cosa ci dispiace parecchio e speriamo che la situazioni migliori.


2. Dear Science dei TV on the Radio sembra, dopo i primi due ascolti, bello. Quando Howard Wolfson, potente consigliere strategico di Hillary Clinton e grande fan dei TVOTR, ha aperto il suo blog musicale ad agosto, si lamentava che "America's Best Band" (cit.) non avesse previsto una tappa del suo tour a Washington, D.C.. Intanto, a NY, i TVOTR aggiungono una terza data di fila, anch'essa subito sold-out come le altre due.

3. Rachel Getting Married di Demme è bello bello. Forse avrebbe potuto essere 10 minuti più breve e 5 minuti meno intenso. In quel caso sarebbe stato stupendo.

4. True Blood, la nuova serie HBO sui vampiri ambientata ai nostri giorni in una provinciale e stereotipatissima cittadina del Sud degli States zeppa di provinciali e stereotipatissimi personaggi si basa su un'idea divertente (i Vampiri sono "usciti allo scoperto" e reclamano diritti uguali agli umani, con tanto di portavoci che vanno ai talk show e dibattiti pubblici su una proposta di legge per i diritti dei vampiri), ha dei titoli di testa molto belli ma delude abbastanza le aspettative.

5. Moonwink della Spinto Band, più morbido e sognante del precedente Nice and nicely done, è però anche più stucchevole e noiosetto.

6. La quarta stagione di Weeds sembra riprendersi dalle cadute di tono che avevano segnato i due terzi della stagione precedente, ma per quanto si possa amare questa commedia apparentemente innocua ma sottilmente devastante e sovversiva, non si può non ammettere che la forza esilarante e corrosiva delle prime due stagioni si sia abbastanza annacquata.

7. Sono a due terzi di Indignation, l'ultimo romanzo di Philip Roth. E non capisco davvero le reazioni tiepide, se non contrariate, di tanti recensori.

8. La seconda stagione di Californication, la serie che ha ridonato splendore e fama al (bravissimo) David "Agente Mulder" Duchovny, scopre interamente le carte e tutte le sue debolezze. Gli script finto-trasgressivi che avevano costituito l'appeal e la fortuna della prima stagione girano adesso a vuoto intorno a gag scorreggione e a una sfilza martellante e instancabile di trovate sporcaccione facili e un pochettino noiose.

9. High Places, primo album della band omonima, è caruccio.

10. Il pilot di Life on Mars, serie americana della ABC che riambienta a New York l'omonima seria della BBC che ha debuttato un paio d'anni fa, non è affatto male. L'idea è che il detective Tyler, poliziotto newyorkese nel 2008, dopo un incidente si ritrova poliziotto newyorkese nel 1973 (non si capisce se ha viaggiato nel tempo, è in coma e sta immaginando tutto o è pazzo completo). L'indagine al centro del primo episodio va avanti con un paio di trovate assai dubbie che però puzzano molto di divertissement meta-poliziesco (le immagini di serie poliziesche che almeno due volte scorrono su tv in b/n anni settanta sono abbastanza rivelatrici). Ma le cose davvero belle sono: Harvey Keitel nel ruolo del tenente Hunt, i baffoni anni 70 di Michael Imperioli dei Sopranos, l'atmosfera ultra-vintage, le torri gemelle ancora in piedi e la fantastica colonna sonora.

11. MadMen continua a essere la migliore serie tv in circolazione. Capolavoro.


START: i 5 passi per smettere di fumare

Secondo la Tobacco Control Research Branch del National Cancer Institute, ci sono cinque passi preliminari da compiere prima di smettere di fumare. Il primo è Stabilire una data. L'idea è che smettere di fumare debba essere una cosa pianificata, ponderata, condivisa e poi fieramente messa in atto con determinazione e fiducia. La prima volta che smisi di fumare era il primo di maggio del 2004. Ero in piazza S. Giovanni, a Roma, per l'ennesimo concertone dei sindacati. Ma era uno di quegli ultimi concertoni del primo maggio - forse proprio l'ultimo - in cui già mi sentivo completamente fuori posto in mezzo a quella folla di adolescenti casuali. Quando Giovanni Lindo Ferretti, ormai sulla via di Damasco, intona la sua litania io sono il solo a urlare e saltare e mi è facilissimo correre per qualche decina di metri tra la folla e raggiungere una postazione avanzata, nel totale disinteresse di tutti. Sono vecchio. E sento Ferretti cantare versi politicamente assai problematici, viste storia e radici dei PGR: "so che ci ha liberato l'esercito angloamericano", "è per me un dovere amare il popolo ebraico, lo stato di Israele", "la storia non si fa, signorine, a tavolino" e "il mondo non vi piace: arruolatevi!". Il punto, però, è che il primo maggio non si trova un tabaccaio aperto e forse nel 2004 a Roma non c'erano così tanti distributori di sigarette. Fatto sta che mi dico che se mi sono fatto un paio d'ore di concertone senza fumare sigarette, allora posso smettere. Fu così che smisi la prima volta. E durò un anno. Neppure questa seconda volta c'è stato un piano prestabilito. Non ho scelto nessuna data in anticipo. Il due settembre mi sono svegliato e ho deciso che avrei provato a smettere. Avevo appena fottuto il primo passo START.

Il secondo passo consiste nell'Annunciare a familiari e amici che si sta programmando di smettere. Anche qua, no programmi, no piani, nulla di nulla. La prima persona a cui lo dico è F., mentre mangiamo un'insalata, la sera, al Grey Dog's Coffee. Dico: oggi non ho fumato neppure una sigaretta. Ci vado cauto, mai dire "ho smesso" e neppure "sto mettendo". Il terzo passo, appunto, consiste nel Prevedere e pianificare le sfide cui si andrà incontro smettendo di fumare. Se accettiamo un po' di flessibilità, questo passo l'ho fatto. Quella stessa mattina del due settembre, mentre mi dicevo "provo a smettere" mi sono pure detto "devo assolutamente tagliarmi i viveri per evitare di metter su 10 chili". Forse le sfide di cui parlano Loro sono altre. Tipo le crisi di astinenza. Ma come cacchio fai a pianificare le crisi di astinenza? O vinci o perdi.

Il quarto passo è Rimuovere le sigarette e tutto il resto da casa, macchina e ufficio. La macchina non ce l'ho. Ma quando ho buttato via il mio pacchetto di Marlboro rosse morbide ho pensato per qualche istante che forse avrei dovuto aspettare di finirlo, quel pacchetto, prima di smettere. Era davvero un peccato. Il quinto passo è Parlare col medico per ottenere aiuto al fine di smettere. Non ho idea di cosa possa voler dire. Che aiuto? I cerotti alla nicotina? Serve la prescrizione? Boh. George Lakoff è famoso per la storiella dell'elefante: per distogliere l'attenzione dell'uditorio da qualcosa non bisogna mai invitare l'uditorio a non pensare a quella cosa - se si dice "non pensate all'elefante" tutti immediatamente penseranno all'elefante. Bene, non potete immaginare quanta voglia di fumare mi è tornata in questi giorni scrivendo questo post del cazzo.


Intermezzo n. 2: Cose dette in conferenza stampa



Aronofsky dice che quando è uscito dalla Film School ha buttato giù una lista di film che voleva fare e tra questi c'era un film intitolato The Wrestler. Rourke dice che lui ha sempre fatto pugilato e considerava il wrestling, per quella storia degli incontri finti, una roba assolutamente inferiore. Un non-sport. Quello che non sapeva, dice Rourke, è che i wrestler si fanno male davvero. Anche parecchio. Sì, c'è il trucco, l'esito è concordato, ma c'è comunque un'attività fisica notevole, ci si fa male e si fatica duro. Rourke si è dovuto ricredere sul wrestling. Dice che i wrestler hanno tutto un linguaggio loro per coordinarsi sul ring. Strette di mano, segni, pacche sulla spalla. E' come una coreografia. Ma ci si picchia davvero. Rourke si è fatto male sul serio durante le riprese e gli allenamenti. Certo, era meglio se non avesse avuto la preparazione da pugile, dice, perché nel wrestling è tutto diverso. Ha dovuto dimenticare quello che sapeva sul pugilato e imparare quello che c'era da imparare sul wrestling.

Marisa Tomei, pure lei pensava che lo spogliarello era una roba di infima categoria, ma anche lei si è ricreduta. Lo spogliarello non è inferiore alla danza, dice. Per niente. Una scena di lap dance l'hanno dovuta rifare 26 volte. Ha dovuto studiare parecchio.

Rourke dice di aver preso un sacco di proteine e di essersi allenato tanto. Ha dovuto pompare i muscoli parecchio, così dice. Dice che Aronofsky aveva un ring nel suo ufficio dove provare i combattimenti. La Tomei dice che Aronofsky non aveva un palo nel suo ufficio dove provare gli strip. Aronofsky è un tipo duro, dice Rourke. Ma se glielo dici s'incazza. Non è vero, dice Aronofsky, non sono duro.

Rourke dice di essere rimasto molto colpito da Evan Rachel Wood. Alla sua età, lui non riusciva neppure a imparare le battute. Mentre ERW, senza neppure provare, senza neppure parlare con lui della scena, arrivava sul set e dava tutta quella intensità al personaggio, creava quel rapporto.

Rourke dice di essere rincoglionitissimo.

Rourke dice che questo wrestler che faceva da consulente sul set, com'è che si chiamava? Tommy, dice Aronosfky. Esatto, Tommy. Rourke dice che Tommy aveva fatto questa mossa incredibile durante un allenamento e a lui era piaciuta un sacco. Voleva farla nel film. Allora aveva chiesto a coso, come hai detto che si chiamava? Tommy, dice Aronosfky. Sì, Rourke aveva detto a Tommy di insegnargli quella cazzo di mossa fantastica.

Rourke dice che quando raggiungi una certa età, vogliono metterti su uno scaffale. Non volevo cambiare, ma ho dovuto, dice. Non volevo cambiare finché ho perso tutto, dice. Finché arrivi al punto in cui o cambi o sei solo una merda.


Sulla Kayfabe

Che il wrestling sia composto anche da una massiccia dose di finzione, di vera e propria fiction, è un fatto più o meno risaputo da sempre, ma che solo recentemente è stato ufficialmente ammesso dai lottatori e dagli organizzatori. Fino a poco tempo fa, invece, la finzione scenica del wrestling, la kayfabe, vigeva rigorosamente anche fuori dal ring. Lo spettacolo del wrestling non finisce col combattimento (il cui esito è comunque predeterminato e i cui sviluppi cruciali e mosse spettacolari sono rodate e concordate tra i lottatori), ma ha tutto un apparato finzionale di contorno, faide personali, conti da saldare, licenziamenti, vendette, provocazioni e rappresaglie, tutto uno pseudo-contesto che in realtà è parte sostanziale del testo principale, il coreografico e spettacoloso combattimento. Il patto più o meno scoperto (oggi sempre più scoperto, prima sornionamente ambiguo) con lo spettatore di wrestling è assai simile a quello che sottoscrive qualsiasi altro spettatore di fiction dal vivo, come chi compra il biglietto per una piece teatrale o uno spettacolo di danza. A differenza del reality show in cui si dichiara l'assenza totale di una realtà scenica (e dunque vi è scoperta coscienza del proprio "personaggio") ma poi si ignorano le telecamere durante l'azione, nel wrestling l'interazione col pubblico è costante, ma l'uscita dal personaggio è vietata. A ben vedere, però, il rapporto col pubblico è semplicemente parte del tipo di finzione messa in scena (un incontro sportivo dall'esito incerto) e il pubblico stesso, fingendo di non sapere che non c'è alcun vero agonismo nell'azione rappresentata, incarna il personaggio del pubblico tifante di un vero evento sportivo dall'esito incerto. Da questo punto di vista, la kayfabe è un incredibile tipo di realtà finzionale in cui la famigerata quarta parete non separa i lottatori dal pubblico (come fa per gli attori in un teatro), ma separa lottatori e pubblico dal resto del mondo. Lo spettatore è un personaggio.


La domanda che avrei voluto fare ad Aronofsky ma che la mia solita timidezza mi ha impedito di fare (domanda che peraltro mi sembrava assai più appropriata del gossip sul wrestling)
Darren, perché? Perché una storia semplice, diretta, quasi persino scontata? E una regia onesta e quasi discreta? E un montaggio rasserenato? Cosa c'entra con la tua filmografia? (Fermo restando che è davvero un bel film).

Sulla cura e la salvezza

Quando il direttore del NYFF fa cenno che la conferenza stampa è finita, vado in panico. Sono stato lì seduto per mezzora a studiare la morfologia della sala. Il corridoio, i gradini, le file da superare, la postazione microfonata per le domande, altri gradini, il palco e Rourke. L'avrei potuto raggiungere in quaranta, cinquanta secondi. Mi avrebbe guardato negli occhi attraverso i suoi occhiali da sole. Avrebbe capito che avevo bisogno di lui. Mi avrebbe messo una mano sul cuore. La mano col sigarillo fumante. I raggi gamma che sprizzano tutt'intorno.

Appena Peña dice "grazie a Marisa Tomei", la compatta folla di Critici Intellettuali Accreditati si rompe e si riversa fluida dappertutto in ogni interstizio tra me e Rourke. Individui pallidi sgusciano dalle loro postazioni e intasano il corridoio. Uomini dalle dubbie acconciature scoprono scorciatoie impensabili tra i vari settori del teatro. Un Critico sulla sedia a rotelle usa il bastone di legno per tagliare scorrettamente le curve. Io m'infilo in una Cellula di Critici che sembra avanzare rapida verso la postazione microfonata, l'accesso più sicuro al palco. Mentre la massa fluida comincia a riversarsi su Aronofsky, Rourke e gli altri, omini vestiti di nero cominciano a bloccare tutti i punti di accesso al palco. Critici impauriti cominciano ad indietreggiare verso le loro poltrone. I più audaci provano a negoziare un qualche lasciapassare. La mia Cellula procede con successo fino a una delle due scalette laterali, ma è spiazzata dall'apparizione di un Omino Scuro. Io mi faccio largo per un paio di metri e tendo il mio sorriso empatico e compassionevole all'Omino Scuro. Lui mi guarda il petto. Anche lui riesce a vedere il mio cuore? Annuisco per dirgli che, sì, ho bisogno di essere guarito da Mickey Rourke. Lui fa di no con la testa. Indica la mia t-shirt. No pass, dice. Nessun cartellino colorato. Sono un reietto. Condannato. Gli altri componenti della Cellula ne approfittano per ostentate all'Omino Nero il loro cartellino rosso, ma l'Omino continua a fare di no col capo. Da dietro di noi si fa largo un Critico Accreditato con gli occhiali di corno. Ha un cartellino blu elettrico fosforescente. Sorride. Gli altri indietreggiano. Il luccichio del suo cartellino brilla intorno alla nostra delusione. L'Omino Scuro si scosta e lo fa passare. Il Critico Accreditato Fosforescente guadagna il palco e poggia una mano sulla spalla di Rourke. Tira fuori la macchina fotografica. Ride. Mima una mossa di wrestling. Mickey Rourke lo guarda da dietro i suoi occhiali scuri. Tende i muscoli della faccia. E' Mickey Rourke, cazzo. I raggi gamma mi coprono la vista.




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