leggibilità:

Bianco Su Nero
o
Nero Su Bianco

3.10.08

Fear and Loathing at Lincoln Center: uno Spietato al New York Film Festival / 2


Riassunto delle puntate precedenti. Il termine per chiedere l'accredito per il NYFF è scaduto, ma Denise, che è molto gentile, mi consente di assistere alle proiezioni stampa di alcuni dei film della mia Lista dei Film Fichi del NYFF. Al Veselka, storico ristorante ucraino dell'East Village, scopro che (forse) i Midnight Juggernauts sono "un gruppo inutile". A Pacilio piacciono più i Midnight Juggernauts che i Cut Copy.


Seconda Puntata. In cui si parla di Ian McInerney, del Lincoln Center, di Sylvia, di Arnaud Desplechin, del caffè americano, di Starbucks, dei Sonic Youth, di yuppies, di dress code, di gentrification e di anticonformismo. 


Introduzione

La mia Lista di Film Fichi del NYFF comincia con Cantet. Niente da fare, mi dice Denise. Le proiezioni per la stampa sono cominciate due settimane prima dell'apertura del Festival al pubblico e il film di Cantet è stato proiettato e riproiettato e adesso non lo proiettano più. Ok. Allora Desplechin, dico io. Desplechin va bene, dice Denise.


Avvertenza della Direzione

Sebbene un paragrafo di questa puntata sarà espressamente dedicato a Un conte de Noel (che è uno splendido film, peraltro), la maggior parte di essa verterà su temi apparentemente frivoli o addirittura futili quale, soprattutto, quello del caffè e dell'abbigliamento più opportuno per andare alle proiezioni stampa. Qualche critico severo potrebbe obiettare che un tono così frivolo e una materia così futile non soltanto mal si addicono alla storia del NYFF, allo spessore delle pellicole viste e all'autorevolezza e al prestigio de Gli Spietati, ma addirittura offendono il Lettore che, ignaro e confidente, si è affidato a questo post con quella quieta e ferma serenità con cui solitamente s'affida alle ponderate e raffinate riflessioni che qui e nella Rivista è abituato a trovare - ed invece, con suo incredibile stupore, si è ritrovato tra le mani un pezzo di bigiotteria sbrilluccicante che scimmiotta malamente il peggio della scrittura ombelicale, narcisistica e vuota dei magazine di costume e dei weblogs alla moda. 

Vorremmo appunto rassicurare il Lettore: nessuna persona coscienziosa, adusa alla frequentazione di queste pagine, può mai pensare che uno Spietato si dedichi a pensieri così frivoli, soprattutto in connessione con Film d'Autore Festivalieri. Siamo certi - sebbene sia impossibile averne conferma (ché l'Autore è spesso irraggiungibile, probabilmente col capo chino su qualche ponderosa monografia critica) - che RT abbia con grande immaginazione inventato i pensieri più radicalmente buffi che una persona stupidina e illetterata potrebbe partorire nelle situazioni più strane e le abbia accostate a questi seri argomenti, con una scrittura caricaturale e vacua, al fine precipuo di formare un racconto morale sulla corruzione dei costumi occidentali. Ecco il motivo per cui abbiamo deciso di pubblicare questo resoconto: perché la sua natura paradossale (e, senza dubbio, fantasiosa e irreale) sia da monito per chiunque abbia a cuore, come il nostro Lettore sicuramente ha, il Destino della Civiltà. Siamo dunque consapevoli che nel XXI secolo - secolo del trionfo della tecnologia informatica - una persona dai gusti raffinati ed eruditi non possa pensare o scrivere tali cose in una prosa talmente involuta. Tuttavia, ci sembra un bene che l'Esempio Negativo offerto al Lettore sia così corrotto, ché l'Insegnamento Morale trae la sua forza dalla forza stessa dell'Abiezione mostrata.



Su come la sociologia della visione passi necessariamente per taluni stereotipi esteriori quali l'abbigliamento



La questione del e adesso cosa mi metto? mi si rivela in tutta la sua delicatezza mentre, ancora mezzo addormentato e con un orribile retrogusto di Jack Daniels nell'anima, fisso la caffettiera ammuffita che troneggia sul bancone della cucina. I miei pensieri confusi sono, rapidamente: (a) un biasimo sincero per la mia indescrivibile pigrizia, che mi ha portato ad abbandonare la Bialetti nera a pois al suo ammuffito destino di solitudine e desolazione in quest'angolo dimenticato del bancone della cucina; (b) una meditazione incerta sulla capacità dell'uomo di adattarsi agli usi e costumi locali e, più specificamente, su quando di preciso mi sono ritrovato a preferire un bicchierone cartonato di caffè americano a colazione al posto del tradizionale espresso (1); (c) un vago senso di disagio all'idea di presentarsi al Walter Reade Theater (2), in mezzo al Lincoln Center, in mezzo a frotte di gente con cartellini colorati al collo e occhiali da intellettuali dell'Upper West Side, non soltanto senza un cartellino colorato al collo, ma - per di più - nel completo blu che mi sta guardando dall'angolo opposto della casa (3) (e che si supponeva essere, fino a qualche minuto prima,  la cosa da mettersi stamattina per andare al lavoro). Insomma, si tratta di decidere se questa è la giornata giusta per andare a una proiezione stampa di un film francese al Lincoln Center vestito non da intellettuale dallo spirito indipendente, con tanto di sneakers inadatte all'attività fisica, maglietta gialla rossa o verde e moleskine (nel caso in cui si propendesse per una mise indie-giovane post-ideologica) ovvero con pantaloni informali dai toni non accesi, maglietta o camicia casual scura e giacca sportiva (nel caso in cui si propendesse per la versione neo-engage) ma vestito, invece, da fottutissimo yuppie.


Intermezzo n.1: il Caffè e la definizione dello spazio pubblico



La questione del caffè - che comprende non soltanto il tema principale del consumo del caffè americano ma anche corollari intimamente connessi quali l'uso "privato" di spazi comuni, i confini tra musica indipendente e multinazionali del franchising, il nazionalismo e il relativismo culturale - è cruciale nella definizione dell'identità del Giovane Italiano a New York. Si può affermare senza timore di smentite che la stragrande maggioranza dei Giovani Italiani a New York (d'ora in poi GINY) reagiscono con fastidio o addirittura disgusto e disprezzo all'idea di sorseggiare la bevanda che qualsiasi americano chiama caffè (cioè coffee) e che ha l'aspetto di un tazzone (o bicchierone cartonato) pieno di liquido marrone scuro, di quantità notevolmente superiore alla normale porzione tipica di bevanda che in Italia ha lo stesso nome (e che gli americani delle grandi città o dei luoghi frequentati dal turismo europeo conoscono come espresso), di consistenza assai più acquosa e di potere caffeinico per sorso notevolmente inferiore (4). Ovviamente, queste differenti caratteristiche non solo distinguono il caffè dall'espresso per sapore e consistenza, ma ne fanno un'esperienza radicalmente diversa per durata e filosofia. Mentre l'espresso è di per sé destinato a un consumo rapido, effettuato in piedi al bancone del bar o seduto a un tavolo nell'ambito di un evento (pasto, interazione sociale o attesa solitaria) di cui rappresenta un elemento di grande valore ma di piccole dimensioni, il caffè americano dura a lungo, si adatta alle circostanze più variegate (compreso il passeggio per strada, il vagabondaggio in una libreria, una corsa in metropolitana - cose impensabili per un espresso) e aderisce interamente all'esperienza invece di esserne una decorazione piacevole (si può scrivere un post sorseggiando un caffè, ma non bevendo un espresso). 

Il GINY rifiuta il caffè americano con lo stesso sdegno con cui rifiuta (a) il baseball, (b) l'enfasi ottimistica (che ti viene ricordata già dall'uscita della metro con il tabellone elettronico e la sua colorata scritta HAVE A GREAT DAY!), (c) le code, (d) il rigido rispetto delle regole, (e) la retorica politica e (f) la tendenziale fiducia nei capisaldi del Sistema. Il rifiuto del caffè americano implica anche il fastidio malcelato con cui il GINY nota che alla maggior parte dei tavoli intorno a lui o lei (sebbene il GINY esemplare sia maschio) siedano singoli individui impegnati - mentre sorseggiano il loro bicchierone di liquido caldo - a leggere un libro o a digitare sul proprio laptop (un Mac o, in misura minore, un pc Dell). Si potrebbe dire che quella peculiare privatezza in pubblico che qualifica lo spazio di uno Starbucks (5) o di qualsiasi altro caffè di quartiere a Manhattan sia tutt'uno con lo spirito della Città: è inspiegabile, se non con l'immagine di una dozzina di uomini e donne soli al tavolo con caffè e computer, il senso di radicale individualismo e contemporanea vitalità dello spazio pubblico che permea la Città. Resta un mistero come ci si senta parte di una comunità sedendo soli a un caffè tra altri individui soli più che sedendo in un rumoroso baretto italiano in cui l'interazione prolungata è la regola. Per il tipico GINY, tuttavia, questo è il Sintomo Supremo del Male Americano. Il suo stupito fastidio si condensa solitamente in perché cazzo vengono al bar a fare quello che potrebbero fare a casa in mutande e ciabatte? e occupano un tavolo per due ore! bevendo quella sbobba imbevibile!! Per il tipico GINY, Italians do it better. E quel pronome assume spesso ottuse proporzioni cosmiche onnicomprensive.



Intermezzo n.2: Yuppismo e dintorni


In un bel pezzo di Jay McInerney sull'ultimo numero di New York magazine (che celebra il quarantennale di questa bellissima rivista), si parla dell'avvento degli yuppies  a New York negli anni 80 (6) e si cita il Manuale degli Yuppies (una lettura sospesa tra l'inquietante, l'esilarante e l'illuminante) e la sua definizione di Young Urban Professional. Si tratta, a ben vedere, di una definizione vagamente spirituale dello yuppie (Primo: Risiede in, o vicino a, una delle principali città. Secondo: Dichiara un'età tra i 25 e i 45 anni. Terzo: Aspira a gloria, prestigio, riconoscimento, fama, status sociale, potere, denaro o qualsiasi combinazione degli stessi. Quarto: fa il brunch nei weekend o va in palestra dopo il lavoro), che tralascia importanti caratteristiche epifenomeniche quali, soprattutto, l'abbigliamento. Mi sembra evidente che, in una proiezione stampa al Lincoln Center, la Prima e la Seconda caratteristica individuate nel Manuale siano del tutto irrilevanti, la Terza e la Quarta inconoscibili. Un completo blu, invece, urla tutta la sua speciale incongruenza. L'eventuale disvelamento di un accento italico, poi, unito a un completo blu, finirebbe per farmi etichettare come un GINY Yuppie, vale a dire la peggior razza di GINY in circolazione (7). Come qualsiasi persona di buon senso ha già capito, la scelta dell'abbigliamento è questione di notevole importanza. Mentre se fossi stato gentilmente provvisto di cartellino colorato al collo, infatti, il completo blu potrebbe essere un segno eccentrico e anticonformista, l'assenza di cartellino colorato mi consegnerebbe nudo e indifeso all'orda di intellettuali snob che presto mi accerchieranno. Li sentirò bisbigliare: che ci fa quello yuppie in mezzo a noi? chi gli ha detto del Festival? chi gli ha detto del Cinema Francese? Mi linceranno, forse. Dunque, Che fare?


Del dress code e delle sue complesse articolazioni


Molti di voi si staranno chiedendo perché, invece di tormentarmi su questa questione, non metto subito jeans e sneakers - combinazione che, per tranquillizzare chiunque si fosse allarmato, costituisce il mio naturale modo di vestire nel tempo libero (cosa che include le proiezioni di film, anche francesi). Il fatto è che la proiezione stampa di Un conte de Noel è stata fissata a un orario tale per cui sia immediatamente prima sia immediatamente dopo di essa io devo ritrovarmi seduto alla mia scrivania. Scrivania alla quale non ci si aspetta che io sieda con jeans e sneakers addosso. Eccezioni consentite al completo e cravatta (business wear) è, secondo regolamento (e a certe condizioni su cui non ci è possibile dilungarci), il cosiddetto business casual (cioè pantaloni da completo o khaki, camicia classica a maniche lunghe, scarpe classiche) oppure, sempre a certe condizioni (tra le quale si contempla il fatto che sia venerdì),  il cosiddetto smart casual (di difficile definizione, esclude in ogni caso scarpe da ginnastica e t-shirt, ammette giacche sportive, in certi casi jeans dal taglio sobrio e, secondo taluni, la polo).  Il fatto è che io non vesto smart casual. Ho pantaloni classici blu o grigi e poi ho jeans sbiaditi, jeans maltrattati, jeans stretti, pantaloni a quadrettoni, pantaloni a quadrettini, pantaloni a righine eccentriche ed altre fogge di pantaloni non contemplati dall'Etichetta. Quindi la scelta è manichea e implica, qualunque essa sia, o il linciaggio da parte degli Intellettuali dell'Upper West Side o la violazione del Dress Code dell'Ufficio.  A meno che.


Come ho risolto la questione dell'abbigliamento con un colpo di genio - premessa

Pensiamoci un attimo: perché tutto questo disagio all'idea di andare alla proiezione stampa del film di Desplechin vestito da ufficio? Perché un tizio vestito in modo formale e senza cartellino stampa a una proiezione stampa non può che essere un intruso, uno senza poteri - non dico il potere di farsi una foto con Mickey Rourke mentre si mima una mossa di wrestling (v. puntata n. 3) ma neppure, in teoria, il potere di essere lì in quel momento. Un clandestino. Un delinquente. Uno sconosciuto vestito da yuppie e senza autorizzazione. Uno straniero vestito in modo bizzarro.

Ma in realtà, cosa può mai farci un tipo in completo senza cravatta alla proiezione stampa del film di Desplechin al NYFF? Chi può mai essere?


Come ho risolto la questione dell'abbigliamento con un colpo di genio - conclusione

Press or industry?, mi chiede una donna anziana e acciaccata attorniata da raffinati intellettuali newyorkesi che di sicuro stanno già pensando a spettegolare sul modo in cui sono vestito.
Industry, dico io con occhio fiero, superando il gruppetto di snob avvolti nelle loro giacchette di velluto smunto.


Sì, ma il film?




Il film è splendido. Generoso, traboccante, desplechiniano fino al midollo. LP ha detto tutto magnificamente e non ho nulla da aggiungere. Se non che tutti salutano una certa Sylvia, una donna avanti con gli anni, che cammina aiutandosi con un bastone e indossa occhiali da sole per tutta la durata del film. Una donna che incontrerò a tutte le proiezioni e che in una di queste siederà nella fila dei notabili, quella fila di poltrone larghissime con su attaccato il cartello VIP RESERVED. Chi è Sylvia? E cosa ci fa al NYFF? (8)

(2 - continua)


_______________________________

(1) Bisogna precisare che l'evoluzione (o, come direbbe il tipico GINY - v. infra nel testo, l'involuzione) non è stata immediata ma ha attraversato stadi differenti, a partire dagli occasionali Nescafè solubili bevuti a Milano dopo qualche accidentato risveglio con hung-over, per passare poi all'Americano ordinato inizialmente negli Starbucks di NY (l'Americano è fondamentalmente un espresso allungato con acqua calda sino a raggiungere le dimensioni di un caffè americano), al Red Eye (ordinazione segreta che non trovate nei menu appesi alla parete: si tratta di un Americano cui viene aggiunto un espresso) e, infine, a (occasionali) regular coffees.

(2) Il Lincoln Center for the Performing Arts, di cui il Walter Reade Theater fa parte, è attualmente un enorme cantiere. Deviazioni, recinzioni, fossati e martelli pneumatici attraversano l'intero complesso costringendo a girare intorno a isolati ricoperti da pannelli pubblicitari, ponteggi e impalcature. Si tratta di lavori che dovrebbero durare 3 anni e che intendono rinnovare radicalmente l'enorme struttura.

(3) Che si trova a circa 6 metri di distanza.

(4) A dispetto della diffusa credenza (nonché uno degli argomenti fallaci usati dal GINY per deridere il caffè americano) secondo cui una tazza di caffè americano avrebbe meno caffeina di una tazzina di espresso (o la stessa caffeina diluita), una tazza (in verità bicchierone) di Regular Coffee Grande (330 ml circa) da Starbucks contiene circa 330 mg di caffeina, mentre un Solo Espresso (28 ml circa), sempre da Starbucks, contiene solo 75 mg di caffeina, meno di un quarto. In un singolo sorso, tuttavia, l'espresso ha un potere caffeinico quasi triplo del caffè (di qui la percezione e la suddetta credenza), dato che un Regular Coffee ha circa 1 mg di caffeina per ml di bevanda, mentre un Espresso ben 2,7 mg di caffeina per ml di bevanda. 

(5) Starbucks è la più grande multinazionale di caffè (intesi come luoghi dove viene venduto e consumato il caffè) al mondo. Nata nel 1971 da un piccolo caffè di Seattle, a fine marzo del 2008 si contavano ben 16.226 negozi Starbucks in tutto il mondo. Nell'immaginario antagonista, Starbucks è presto diventata la grossa e cattiva big corporation che soffoca i piccoli caffè indipendenti, togliendoli dal mercato. Simbolo negativo della globalizzazione, della standardizzazione del consumo, del profitto globale rampante. Quando i Sonic Youth, mesi fa, hanno deciso di vendere da Starbucks la loro raccolta "Hits are for Square" che contiene pezzi del mitico gruppo newyorkese scelti da fan illustri (tra cui pure i Radiohead), i loro seguaci duri e puri li hanno criticati per aver tradito l'autentico spirito indie ed aver fatto affari con una multinazionale brutta e sporca. Qualche mese fa, tuttavia, l'annuncio della chiusura di ben 600 negozi Starbucks negli USA ha dato vita a numerosi spontanei movimenti di protesta dei consumatori portando sui giornali per la prima volta una protesta che non fosse contro l'apertura di uno Starbucks nel piccolo paesino di turno ma contro la chiusura dello Starbucks del cuore.

(6) McInerney evidenzia anche i lati positivi dell'invasione degli yuppies, soprattutto la trasformazione di alcuni quartieri di Manhattan da zone trascurate e malfamate a zone ricche di nuova vitalità.

(7) E' facile notare, anche senza statistiche alla mano (ma ho scovato un articolo di D di Repubblica che mi dà ragione), che tra tutti i GINY con istruzione universitaria i due gruppi più consistenti (che riducono gli altri a meri gruppuscoli) sono gli Accademici (cioè studenti di dottorato, post-doc, ricercatori e simili) e gli Yuppies. 

(8) Sylvia, peraltro, ha avviato anche l'unico dibattito sviluppatosi intorno alla visione di Un conte de Noel tra i numerosi critici presenti. "Come lo pronunciate, voi? Desplasciòn? Desplascèn?". Dopo una rapida discussione tutti hanno concordato su Desplasciòn.


Link Utili:

Lincoln Center

I Prodotti Starbucks

Starbucks in crisi

I Sonic Youth tradiscono lo spirito indie?

Yuppies in Eden di Jay McInerney

The Yuppie Handbook

Italiani a New York

Cracking the Dress Code





 

scritto da RT @ 15:39  

Image Hosted by ImageShack.us


Image Hosted by ImageShack.us
Opera 9 - Your Web, Your choice
Creative Commons License

archivio