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25.9.08

NCVI


Da una conversazione con Serena Capri nasce questo post, dalla constatazione della pochezza dei commenti presenti sui giornali all'indomani della morte di DFW, dalla necessità di (tentare di) dire cosa ha significato questo evento tremendo per chi amava le cose che Wallace ha scritto. Il pezzo è a firma di Serena, ma traduce un sentimento che condividiamo in pieno.

Segnalo questo bellissimo racconto di DFW, inedito in Italia, che Roberto Tallarita ha tradotto (e meravigliosamente introdotto) nel suo blog

Ancora una testimonianza con una serie di ricordi incorporati

Il ritratto è opera di Francesco Asaro (Infinite Jest, 2003) che ringrazio ancora molto [anche per ( l') altro].

Segnalo ancora questo, che mi pare una delle cose più drammaticamente vere siano state scritte in questi giorni a tal proposito.
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Dispiace dirlo, davvero, ma scorrendo i coccodrilli usciti all’indomani della scomparsa di David Foster Wallace ho provato un senso di delusione accorata. Tutti questi articoli e testimonianze, queste esaustive argomentazioni sul suo stile e sulla sua tecnica, tutta gente che se ne intende e che sicuramente ha letto i suoi libri anche più di una volta (quindi brava gente, sulla cui preparazione non mi permetterei mai di avanzare il più pallido dubbio); tutto comme il faut e tutto terribilmente sbagliato, fuori posto, accidenti.
Non ho potuto far a meno di percepire in quelle righe un che di malamente improvvisato, la mano per forza di cose superficiale del recensore competente cui tocchi in sorte il pezzo sull’autore di cui bisogna parlar bene ma che lui non ha amato.
A parte il ricordo di Martina Testa (cui va il nostro imperituro ringraziamento per avercelo dato nella nostra lingua e tutta, davvero tutta la nostra stima per aver restituito un senso nobile all’atto del tradurre), in questi requiem per Wallace (1) non c’è amore: si oscilla tra il saluto regolamentare del tiratore di fioretto prima di andarsi a cambiare e lo scappellarsi al treno che parte.
Eppure guardate - mi viene da dire - che quest’uomo è stato ed è molto amato ed in un modo particolarissimo che si distanzia decisamente da qualsiasi altra forma di divismo e/o compianto per personaggi famosi quali cantanti attori registi o altri intellettuali (2); forse voi semplicemente non vi siete sentiti come noi perché Lui non era parte di voi.
Sfortunatamente, neanche uno che sia riuscito a comunicare al mondo in modo sincero ma non banale, dettagliato ma non accademico, la sensazione di stupefatta solitudine, di iniqua privazione e poi di lenta graduale ribellione al fatto compiuto che ci ha colto – noi lettori non-editori non-giornalisti non-scrittori non-addetti ai lavori insomma – al pensiero della perdita di questa … persona? Autore? Amico? Non calza nessuno di questi termini purtroppo.
E’ esattamente su questo impasse, sulla difficoltà di definire cosa sia stato DFW per i suoi lettori che si è bloccata (credo) la maggior parte di noi, che siamo rimasti inceppati, le dita sulla tastiera ed il telefono in mano, quando l’abbiamo saputo (chi a casa, chi al lavoro, chi da un amico, chi da una radio): un momento che ha fatto di tutti noi – di questa piccola comunità transgeografica, di questo Stato di Wallace – un esercito di statuine i cui super-pensieri continuavano a girare sul volano delle cose da fare mentre nel cortile di dietro della testa era già tutto un fiottare di preziosi bulloni. A quel punto – credo - tra tutti ha cominciato a serpeggiare la consapevolezza che non soltanto fosse finita una persona nel suo corpo mortale che mangiava respirava e fumava come noi, ma che fosse venuto giù un Qualcosa, un Pensiero, un bastione, l’ultimo testimone di una Civiltà. Ho letto di gente che ha pensato “Mi ricorderò per cent’anni cosa facevo in questo momento”. Beh, anche io. So dov’ero e cosa facevo e so che me lo ricorderò. Strabiliante, sono cose che si dicono quando finisce un secolo, queste.
Ecco, mi sento di poter dire che la scomparsa di Wallace è stata il mio, il nostro Undici Settembre. E non intendo scusarmi per l’apparente paradossalità di questo accostamento, non voglio farlo in Suo onore, di Lui. Perché DFW è stato per noi quello che è stato, cioè - tra le mille altre cose - uno che restituiva dignità al pensiero individuale (3) , a quelle cose ingenue, terribili, illogiche, inconfessabili, a quel flusso di paure e desideri adolescenziali che tutti custodiamo al riparo del nostro involucro di adulti ma che non sta bene esprimere a causa della diffusa ipocrisia che ci costringe a gioire, soffrire, piangere, emozionarci esclusivamente quando si accende una scritta sul set che segnala “applausi”, quando il volto dell’annunciatore del telegiornale assume un’espressione seria, quando sul libro c’è una fascetta che dice “geniale”, “vi farà piangere”, “esilarante”.
Noi abbiamo vissuto/stiamo vivendo l’evento sotto forma di una silenziosa catastrofe e stiamo elaborando le possibili conseguenze di questa perdita in termini di ansia e pericolo per la situazione di disfatta emotiva in cui Lui ha deciso di lasciarci. Senza più Lui siamo senza difese.
E’ troppo facile dire che abbiamo perduto una gran persona: per quanto ne sappiamo DFW avrebbe anche potuto essere uno stronzo di proporzioni bibliche e ciò non avrebbe modificato di un capello la fiducia che riponevamo in lui. Il nostro amore se lo è conquistato scrivendo di noi, a noi, come una generazione di gente istruita che anche a causa della sua istruzione e della conseguente ipersensibilità acquisita risulta totalmente inadatta a questa esistenza penosa nella quale ci tocca affrontare titanicamente problemi di comunicazione con gli Altri appena scendiamo dal letto al mattino. Una falange di meravigliosi storpi quarantenni tirati su per essere classe dirigente che ha visto e vede ogni giorno infrangersi contro gli argini limitati del conformismo mediocre i propri tentativi di parlare, scrivere, sentire, vivere secondo le sane logiche regole che ci sono state consegnate con amore e severità dai nostri genitori ed insegnanti. A volte, leggendo certe pagine di Wallace, il primo folgorante pensiero che ci sale spontaneo non è un pensiero ma una domanda rivolta a Lui in persona: “Come sapevi questo?”. Come sapevi questo, di me, della mia vita?
Quando un autore partendo da un saggio sull’uso della lingua inglese negli Stati Uniti riesce ad approdare a considerazioni scottanti come quelle cui giunge Wallace in Autorità ed uso della lingua, come si fa a non adorarlo? Come si può non vedere se stessi nello Snobino preso a calci in classe e poi nell’adolescente che non riesce a registrare il suo linguaggio sulla lunghezza d’onda di quello degli altri compagni? Ed è chiaro che lì si concentra tutto un grumo di esperienze riportate fortunatamente in modo giocoso da Wallace ma che debbono averlo marchiato a fuoco esattamente come è successo a molti di noi (4). Perché questa ghettizzazione, questo scherno insofferente nei confronti di chi parla “scelto”(5) , di chi scrive “difficile” (6) , di chi legge molto, in generale di chi obietta con argomenti organici al senso comune, è davvero il grande tritacarne attraverso il quale tutta una generazione è stata ridotta ad un reparto partigiano, ad un partito in fase di clandestinità, costretta a rifugiarsi in biblioteche e librerie con i cappucci alzati, tentando di mascherarsi nella vita quotidiana da persona normale. Il tutto ha funzionato grazie ad un semplice ricatto affettivo, grazie al nostro desiderio di essere come gli altri, di essere compresi, di farci comprendere.
Lui, per chi non lo sapesse, di questo esercito allo sbando è stato l’eroe. Lui era quello che avremmo voluto trascinare con noi per cantargliele agli Altri, come fa Allen con McLuhan in Annie Hall. Lui era le nostre ragioni e le nostre miserie, le nostre piccinerie ed il nostro coraggio, il nostro rifiuto di trattare ed il nostro ironico disprezzo per i ricattatori.
Lui ha avuto il pregio - lui solo in mezzo a tanti - di prendere in mano il meccanismo di questo ricatto, di voltarlo ed osservarlo bene da tutti i lati, sotto tutte le angolazioni, di smontarne tutte le rotelline come un universo in miniatura e restituircelo in versione planetario sotto forma di romanzo, racconto, saggio, con in più tanta, tanta scrittura che definire complicata è ricadere nell’insulto di cui sopra perché complicata in verità non lo è o almeno non più di quanto sia complicata la nostra stessa esistenza.
Foster Wallace è complesso come sono complessi Proust o Gogol’ o Tolstoj o Mann o Dostojevskij, edificatori di universi che, una volta scoperti, continuano ad espandersi dentro la mente di chi legge generando nuove galassie, e soli, e vortici paurosi in cui puoi perderti in una continua costruzione in abisso capitolo dopo capitolo, personaggio dopo personaggio, nota dopo nota. D’altro canto, l’Infinito gli piaceva un casino. I libri di Wallace parlano continuamente con altri grandi e piccoli libri, dialogano con essi così come i corpi celesti stanno graziosamente l’uno all’altro secondo proporzioni e forze misteriose e naturali, spingendoci noi viaggiatori in una continua deriva verso altri mondi, slacciandoci affettuosamente dalla loro gravità per avviarci verso l’attrazione di altri autori, per fare poi ancora ritorno a lui, cambiati. Perché quando hai letto un libro di Wallace, sei diverso dalla persona che eri prima. Questo effetto lo fanno tutti i grandi classici e questo ci permette di prendere questo autore e di collocarlo tra i più grandi scrittori di sempre, tra quelli che potevano descrivere efficacemente un’epoca, le sue guerre, il suo modo di amare e contemporaneamente il colore del pizzo che ornava il vestito della cameriera del protagonista.
Ora. Da questa voce non riceveremo più nulla. Ed il rimpianto si farà tanto più acuto quanto più tempo trascorrerà senza che un suo nuovo libro giunga sullo scaffale, perché, è vero, Lui sarebbe stato in grado di replicare, se solo avesse superato questo momento; forse avrebbe alzato la posta e ci avrebbe dato qualcosa di ancor più grande. Però non è neanche giusto ipotizzare una sua mossa senza sapere che carte aveva in mano stavolta. Se ha deciso così doveva essere una pessima mano, di quelle che non ti rialzi. Perciò. Permetteteci almeno di salutare questa grandissima persona con un decimilionesimo dell’amore che Lui ci ha corrisposto per anni a dosi massicce.
Dell’infinito ora sei parte.


[1] Da questo momento in poi per brevità si potrà anche trovare Lui per: “David Foster Wallace”

[2] Ma forse questo è quel che provano tutti i fans di qualcuno quando questo qualcuno muore? Forse tutti sentono di essere membra di un organismo vivente cui improvvisamente viene a mancare la mente e di cui viene dichiarata la morte cerebrale? A questo punto debbo qui fare ammenda e ritrattare alcuni atteggiamenti e considerazioni risalenti ai tempi del suicidio di Kurt Cobain, nonché chiedere scusa ai fans dei Nirvana: se vi siete sentiti così come mi sento adesso quando il vecchio Kurt ha deciso di andarsene, vi prego di credermi, mi dispiace tantissimo e vi comprendo. Non riderò mai più quando vedrò una maglietta dei Nirvana indossata sotto una giacca. E non so, non so se sia più duro leggere roba come “trovato impiccato” o “tirarsi una schioppettata”, per un appassionato. E’ una bella lotta insomma.

[3] Non “indipendente”, attributo del quale si fa un uso a mio modesto parere piuttosto esagerato ed impreciso nell’ultimo decennio, e che riferito a chi opera nell’ambito delle arti solitamente indica la scarsezza di fondi o la mancanza di risonanza a livello nazionale.

[4] Immagino sappiate a quali inconvenienti mi riferisco, roba neanche tanto vecchia, di qualche anno fa, sul genere del commento disgustato di una tipa che conoscevo: “tu parli come un libro stampato”. Lo giuro, diceva questo con il tono che uno si aspetterebbe riservato alla visione di una scena di pedofilia, e la mia colpa nello specifico era costituita dall’aver introdotto un paio di subordinate nel discorso che stavo facendo (non mi ricordo se una relativa ed una concessiva, comunque roba tranquilla, niente di aulico). La tizia per tutto il tempo durante il quale abbiamo dovuto frequentarci mi ha tenuto a distanza come se fossi un’appestata. Cose del genere possono accadere anche più volte al giorno nella vita di uno che rispetta la lingua italiana.

[5] Per quanto posso desumere dalla mia esperienza, la bestia nera in questo caso è l’ipotassi: andiamo verso la semplificazione del pensiero, è innegabile. Se non volete essere catalogati come snob o saccenti quando vi rivolgete a qualcuno guardatevi dalle subordinate e procedete sempre a forza di coordinate, nelle concessive tentate di dimenticare che esistono parole come “sebbene”, “malgrado”, “benché” e quanto alle relative locative un trucchetto sfizioso sarebbe riuscire (se non vi fa troppo senso) a sostituire “in cui”, “nel quale” con uno schietto, paesano “dove”. Provateci.

[6] Ovviamente, per chi abbia ancora la necessità e la voglia di scrivere. In questo senso fa impressione l’esistenza di corsi tipo il mio lettorato di Inglese Writing for academic purposes che pure seguo con affettuoso divertimento, domandandomi spesso chi mai degli studenti avrà bisogno di scrivere qualcos’altro in inglese che non sia lo smilzo compitino di fine semestre. Da questo punto di vista chi insegna a scrivere somiglia a quello che lucidava le maniglie sul Titanic.

Serena Capri


Fnuf

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scritto da LP @ 21:45  

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