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3.3.05

Naufragio Barocco



Visto che i teatri d'opera italiani sono finanziariamente parlando alla frutta, le coproduzioni non possono che essere salutate con favore. Il RITORNO D'ULISSE IN PATRIA rappresentato nel corso di questa stagione a Cremona, Como, Brescia, Reggio Emilia, Pavia, Bari, Ravenna e Ferrara è un esempio da seguire nella sua proposta di uno spettacolo itinerante, che lasciando (quasi) immutati orchestra, direttore e compagnia di canto si confronta con diversi spazi teatrali, permettendo agli interpreti di acquisire, recita dopo recita, la necessaria sicurezza musicale e scenica.

Ma una cosa è la formula, un’altra (ben altra) l’effettiva realizzazione, fonte della delusione quasi rabbiosa provata dal vostro affezionatissimo. I drammi veneziani di Monteverdi (o almeno quelli giunti sino a noi, ULISSE e L’INCORONAZIONE DI POPPEA) sono macchine teatrali d’imponente complessità e al tempo stesso meccanismi estremamente delicati: soltanto la perfetta congiunzione di musica, recitazione e trionfo scenografico può impedire il naufragio.

Lo spettacolo, creato da Adrian Noble per il Festival di Aix-en-Provence del 2000 e da allora ripreso un po’ ovunque (Parigi, Vienna, Londra, New York) fino a conoscere l’onore del dvd, fornisce all’opera una gradevole cornice: una distesa di sabbia circondata da pareti in muratura, uno spazio neutro che è di volta in volta spiaggia, reggia (con l’aggiunta di alcuni cuscini), bosco (?) e Olimpo (nuvole di fumo tra sipari di fili in fibra ottica). Ma, per l’appunto, solo una cornice: la rappresentazione si riduce a una successione di tableaux vivants [a volte riusciti (le divinità che assistono “in diretta” allo scioglimento della vicenda), spesso decisamente infelici (il volo di Minerva e Telemaco, aggrappati a un palo sullo sfondo di un telone azzurro mosso da mimi, e l’uccisione dei Proci, risolta con una scialba seppur affollata pantomima)] che non concedono spazio allo scavo dei caratteri o all’esplorazione delle situazioni sceniche, consacrando il palcoscenico a una monotonia pressoché totale.

Ottavio Dantone, assecondato dalla “sua” Accademia Bizantina, taglia senza eccedere, sceglie tempi spigliati e colora la partitura miscelando con intelligenza i timbri orchestrali, ma l’affresco risulta un po’ troppo arcadico anche nei momenti più drammatici, sconfinando a tratti nel lezioso. Corretto l’apporto del Coro Costanzo Porta.

Come scrive Ivor Bolton a proposito della POPPEA (nel programma di sala dello spettacolo del Maggio Musicale Fiorentino 2000, regia di Luca Ronconi), è stato dimostrato che, dopo un lungo processo di prove, gli impulsi musicali provengono piuttosto dai cantanti e dalle loro azioni drammatiche che dalla bacchetta del direttore. In effetti i solisti, nel teatro monteverdiano, dovrebbero dominare, ma ciò non può avvenire se i cantanti hanno per lo più voci minuscole, incapaci (nei casi più gravi) di raggiungere il fondo della platea (il che, a giudicare dalle note che si riescono a carpire, non è necessariamente un male), e - quel che è peggio - scarsa attitudine alla recitazione (recitare non significa muoversi in continuazione da una parte all’altra della scena, ma dare un senso alle parole che si cantano).


Partiamo dai migliori: Gianluca Zoccatelli non ha molta voce ma se ne serve al meglio per tratteggiare un Iro persino più triviale e pavido del solito; Furio Zanasi parte in sordina, scade a volte nell’enfasi ma nel complesso rende bene la tenerezza e la nobiltà di Ulisse; Sonia Prina è una magnifica Penelope (la sua grande scena, Di misera regina, è il momento più intenso della recita), cui fa eco la toccante semplicità dell’Ericlea di Barbara Di Castri. Quanto agli altri, inascoltabili (in tutti i sensi) Paola Quagliata e Paolo Buttol, discontinua e glaciale Roberta Invernizzi, pregevoli più per le intenzioni che per i risultati Luca Dordolo e Sakurada Makoto, di mediocritas non troppo aurea il resto del cast.




IL RITORNO D’ULISSE IN PATRIA
Tragedia di lieto fine in un prologo e tre atti di Giacomo Badoaro
Musica di Claudio Monteverdi

Personaggi e interpreti (in ordine di apparizione)

L’Humana Fragilità, Feacio I, Pisandro – Roberto Balconi
Il Tempo, Nettuno – Paolo Buttol
La Fortuna, Minerva – Roberta Invernizzi
Amore, Melanto – Paola Quagliata
Penelope – Sonia Prina
Ericlea – Barbara Di Castri
Eurimaco – Sakurada Makoto
Giove – Christian Senn
Feacio II, Anfinomo – José Daniel Ramirez
Feacio III, Antinoo – Umberto Chiummo
Ulisse – Furio Zanasi
Eumete – Mario Cecchetti
Iro – Gianluca Zoccatelli
Telemaco – Luca Dordolo
Giunone – Anna Chierichetti

Coro Costanzo Porta
Maestro del coro Antonio Greco
Accademia Bizantina
Direttore al cembalo Ottavio Dantone

Regia Adrian Noble
Ripresa da Elsa Rooke
Scene e costumi Anthony Ward
Disegno luci Jean Kalman

Teatro Comunale di Ferrara
Domenica 27 febbraio 2005, ore 16

scritto da SS @ 11:53  

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