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1.11.04

Rivelazione Harding

Quelli che detestano Daniel Harding lo descrivono come un presuntuoso, arrogante marmocchio, un raccomandato di ferro penosamente incapace di fare musica. Quelli che lo sopportano a stento ne parlano come di un emulo volonteroso ma inadeguato di bacchette blasonate (è stato assistente di Simon Rattle e Claudio Abbado). Io ho adorato le sue incisioni operistiche (Don Giovanni e Turn of the screw, entrambe con la Mahler Chamber Orchestra, di cui è direttore stabile) e ieri sera, vedendolo per la prima volta dirigere dal vivo, ho capito di avere sbagliato. Lo ritenevo un giovane talento: è un giovane genio.
Il concerto inizia con la Serenata Haffner di Mozart, scritta per allietare una festa di nozze. Dall’orchestra di 31 elementi sboccia un suono asciutto e spumeggiante, irruente ed elegante, a tratti melanconico, spesso indiavolato. Harding dirige senza bacchetta (come da pratica filologica), dà gli attacchi sorridendo e canticchiando (senza emettere una nota, naturalmente), non evita stacchi di tempo vertiginosi ma non li impone se la partitura non li richiede: il risultato è un’ora di musica che passa in un soffio, una brezza irresistibile che percorre la sala e prende residenza perpetua nelle orecchie dei presenti (e degli ascoltatori di Radio3).
Dopo l’intervallo, la Sinfonia n. 14 di Shostakovich. All’orchestra, composta ora solo da archi e percussioni (22 strumentisti in tutto), si aggiungono un soprano e un basso. E tutto cambia, non solo perché quasi due secoli dividono questa composizione da quella di Mozart. La Sinfonia è una cantata su testi di Apollinaire, Lorca, Rilke e Kuchelbecker (li trovate qui, con traduzione inglese) sulla morte, presenza ineluttabile in ogni istante della vita: un memento mori che si fa meditazione sconsolata sull’inconsistenza di ogni cosa. Lo sguardo di Harding è impenetrabile, concentrato al massimo. La sua bacchetta evoca cascate di suoni brucianti che si spengono all’improvviso in un pizzicato sottovoce: risuonano lamenti disumani e risate prosciugate di ogni speranza. Un motivo esitante e ostinato (enunciato nelle prime battute dell’opera) passa da un gruppo strumentale all’altro, insinua i propri frammenti nei differenti brani, si ripropone nel finale in una forma di disarmante nudità. Una simile esecuzione proietta più di un’ombra sullo scatenato Mozart di prima: le pause improvvise, i silenzi carichi di memoria sonora, gli attacchi incandescenti, i fremiti di archi e fiati erano sì fuochi d’artificio, ma allestiti sull’orlo di un precipizio.
Nell’epilogo, dopo lo spegnersi delle voci, gli archi riprendono il motivo conduttore portandolo al parossismo e, all’improvviso, tutto finisce: Harding resta con la mano sospesa a mezz’aria, gli archetti sono congelati nel silenzio che segue l’ultimo accordo. Svariati secondi d’immobilità assoluta. Poi, un applauso dapprima incredulo, quindi festoso. Nessun bis: non servirebbe, rischierebbe anzi di sciupare la forza tellurica di una simile conclusione.
Harding deve indubbiamente molto a Rattle e Abbado: da loro ha ereditato il rispetto per la partitura (a dispetto di tradizioni esecutive fascinose quanto arbitrarie) e il gusto di scelte non scontate, non di rado contro l'ascoltatore e la sua buona digestione (ad esempio, un direttore più “ragionevole” avrebbe “chiuso in bellezza” con Mozart). Ma il suo modo di dirigere è già estremamente personale, come il suono severo e ammaliante che estrae da strumenti e voci. E il piacere che si può ricavare da una serata del genere, difficilmente descrivibile.
A febbraio Harding e la MCO saranno a Torino per tre appuntamenti d’importanza capitale: Wozzeck di Berg, Passione secondo Matteo di Bach e Sinfonie n. 4 e 7 di Beethoven (dettagli qui). Siete avvisati.

Teatro Comunale di Ferrara
31 ottobre 2004

W. A. Mozart – Serenata in re maggiore K. 250 Haffner
D. Shostakovich – Sinfonia n. 14 op. 135 per soprano, basso, archi e percussioni

Olga Guryakova soprano
Anatoli Kotscherga basso

Mahler Chamber Orchestra
Daniel Harding
direttore


scritto da SS @ 14:53  

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