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12.10.04

11° festival internazionale CINEMA DELLE DONNE (Torino, Multisala Teatro Nuovo -Valentino, 8-15 Ottobre 2004)

I continui rinvii (per un festival solitamente collocato nei dintorni dell’8 Marzo e iniziato a metà Ottobre) avevano ormai fatto temere il peggio per le sorti di una manifestazione cinematografica di buon livello che purtroppo continua a ricevere attenzioni inferiori a quelle che meriterebbe. Io stesso quest’anno devo limitarmi a qualche sporadica visione, non potendo seguire il festival nella sua interezza, e l’inizio è stato purtroppo dei peggiori. Uomini & donne, amori & bugie, è un film sul quale non si potrà mai dire abbastanza male. Diretto da Eleonora Giorgi, si avvale della presenza di Ornella Muti come coprotagonista femminile e soprattutto di un produttore del calibro di Massimo Ciavarro. Racconta la storia di Nina, una bambina di nove anni alle prese con i primi sintomi di femminismo in una famiglia numerosa e instabile al principio degli anni ’60. Del periodo nel quale è ambientato il film apprendiamo da una scritta in sovraimpressione e dall’asfissiante voce off della regista che si premura di fare da discalia a tutto il film, dal momento che la ricostruzione storica è di una tale, irritante sciattezza che farebbe pensare a un film ambientato l’altro ieri con un paio di macchine d’epoca che capitano per caso nell’inquadratura. Indimenticabile il concetto di "1968" secondo Eleonora Giorgi, costituito nell’ordine da una scritta in sovraimpressione "1968" e da una carrellata che si muove su una parete dove compaiono alcuni poster dei Beatles, alcuni dei Rolling Stones, altri di Jimi Hendrix, per approdare infine sul corpo della protagonista che sta leggendo "Juke box all’idrogeno" di Allen Ginsberg (in un’edizione Guanda di metà anni ’90, tra l’altro), il tutto accompagnato da una colonna sonora che cerca pateticamente di scimmiottare i suoni dei personaggi in questione. Quando poi l’azione si trasferisce in un paesaggio dolomitico ci si trova davanti al paradosso di paesaggi reali che riescono a sembrare di gran lunga più farlocchi di un pessimo set, riuscendo a trascinare l’odierno cinema italiano svariati chilometri oltre il fondo che aveva toccato in questi anni. Tralasciando (per pudore) di entrare nel dettaglio di una sceneggiatura ributtante per ridondanza e banalità, una recitazione per la quale il dilettantismo sembra un miraggio irrangiungibile e una regia della quale preferisco tacere per non scadere nella volgarità (anche se il contrappasso lo vorrebbe), dirò soltanto che a fine proiezione ho provato un certo rancore nei confronti di chi ha selezionato quest’opera, dal momento che a nessuno dovrebbe essere concesso di pagare un biglietto per poi trovarsi di fronte a uno spettacolo del genere, offensivo nei confronti di chi guarda e deleterio per il buon nome del festival (solitamente di buona qualità) e per quello del cinema in generale. Speriamo ci pensi il lacunoso sistema distributivo italiano a insabbiare questo ignobile misfatto.
I tre cortometraggi successivi riescono nella titanica impresa di riconciliarci con il cinema. Aurora Borealis di Lisbeth Dreyer (Norvegia, 2003, 13’, col., 35mm) racconta del viaggio verso il circolo polare di due ragazze spagnole decise a vedere l’aurora boreale almeno una volta nella vita. Finiranno col portare una ventata di vitalità e di agognato calore mediterraneo tra i gestori del campeggio innevato nel quele alloggiano. Una commedia decisamente piacevole che in pochi minuti sa mostrare con ironia e leggerezza la difficoltà dell’esistenza in uno spazio alieno.
Une èclaircie sur le fleuve di Rosa Zacharie (Canada, 2002, 27’, col. 35mm) è senz’altro la perla di questa giornata. Il film parte dalla vicenda del ricongiungimento di Agnés con l’anziano padre, un metereologo in pensione che vive isolato continuando a dedicarsi al suo lavoro, osservando minuziosamente la natura circostante per ricavarne previsioni sul futuro del pianeta. L’esplorazione del difficile rapporto tra lo scontroso genitore e la figlia si trasforma in un commovente poema visivo che trascina i due protagonisti ne paesaggio circostante, dominato dall’acqua e dal vento, dal primo sole dell’anno che riscalda tiepidamente il loro ultimo incontro. Un grande film, che agisce nel territorio della malinconia e del dolore senza mai smettere di inneggiare alla vita.
Meine eltern di Neele Leana Vollmar (Germania, 2003, 18’, col., 35mm). Un altro film sul rapporto tra genitori e figli, esplorato questa volta con i toni di una commedia estremamente divertente, colorata, che mostra la trasformazione di un’esistenza ingrigita dalla ruotine in una ricerca della felicità perduta, che culminerà in un ballo in salotto al ritmo di un vecchio disco e in un amplesso rumoroso e liberatorio.

scritto da ST @ 02:19  

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